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Ipotesi MAP
Autore: giuseppe
Data: 12/04/2007 - 17:30
Categoria: Speciali crohniani
Tipo: Informativo
Titolo Articolo: Ipotesi MAP
Descrizione: Un'ipotesi sempre ricorrente, ma non sempre conosciuta
Questo documento ha lo scopo esclusivo di informare riguardo ad alcuni studi relativi al trattamento della malattia di Crohn.
L'ipotesi che verrà di seguito illustrata, anche se di tanto in tanto pubblicizzata come attuale, non ha origini recenti, quindi la quantità di informazioni in circolazione non si può ritenere scarsa. Resta, soprattutto, aperto un dubbio cruciale: per quale motivo questa ipotesi non gode di grande seguito nell'ambito della medicina ufficiale e, in particolar modo, viene del tutto ignorata nei paesi non appartenenti all'area anglofona (Gran Bretagna, USA, Australia)?
La spiegazione basata sulle semplici ragioni commerciali, in realtà, può essere soddisfacente fino ad un certo punto. La verità è che essa si basa essenzialmente sul presupposto che la malattia di Crohn, più che avere delle origini genetiche, abbia una genesi batteriologica e questo sconvolgere concezioni radicate e direttive di ricerca consolidate che hanno già dato risultati significativi.

Cos'è il MAP?
Il punto nevralgico di questa terapia è il MAP (Mycobacterium Avium Paratubercolosis), un microorganismo di origine animale che, attraverso l'acqua, il latte o alcuni altri cibi, può trasmettersi ai primati e anche all'uomo. Di recente (fino al 2002) sono stati pubblicati degli studi condotti in diversi paesi occidentali in cui viene dimostrato come il processo di pastorizzazione del latte e i tradizionali metodi di trattamento delle carni animali non sono in grado di distruggere il MAP, per cui latte e carni sono da considerarsi come i principali vettori del batterio dall'animale all'uomo.
Per una lettura dei molti articoli sull'argomento si possono utilizzare i links presenti in questa pagina del sito ufficiale della Paratuberculosis Awareness & Research Association (PARA). La somiglianza fra la Malattia di Crohn (da questo momento mdc) e la malattia di Johne (tipica dei bovini) è stata sottolineata già da molto tempo.
Il MAP è individuabile sia nel sangue che nelle feci e nel tessuto intestinale. Il problema maggiore però è stato quello relativo alle grandissime difficoltà di isolamento con i metodi tradizionali, perché il MAP non risponde come gli altri microbatteri alla coltura con elementi convenzionali; i mezzi liquidi e solidi da usare devono essere arricchiti con altre sostanze ed occorrono mesi, se non addirittura anni, oltre che spese enormi, prima che possa essere individuato.
L'introduzione di tecniche basate sul DNA ha permesso di superare questo stallo sperimentale e di ottenere informazioni di vitale importanza. In uno studio condotto nel sud dell'Inghilterra è stata accertata la presenza del MAP in 3/4 del campione con mdc prescelto, contro il 3,4% di quello con RCU (Rettocolite ulcerosa) e nel 12% del campione di controllo. (Harmano-Taylor ed altri, Mycobacteria and aetiology in Ceohn's desease).

Le origini della malattia
L'ipotesi che si può formulare da questi dati non contrasta con la teoria dell'origine genetica della malattia, perché è plausibile che in soggetti con predisposizione genetica l'infezione da MAP porti ad una patologia infiammatoria cronica dell'intestino, piuttosto che ad una sindrome acuta.
Il Dr. T.J. Borody (Center of Digestive Disease di Sydney, Australia) arriva a prospettare, basandosi proprio sulla forte soggettività dei sintomi e delle reazioni alimentari, che noi stessi ammalati siamo soliti enfatizzare, la possibilità che la mdc possa avere cause diverse.
L'intervista al dottor Borody è può essere letta sulla pagina web collegata a questo link. La mole di documentazione disponibile sul MAP e sulle modalità di trasmissione dall'animale all'uomo è tale da non poter essere racchiusa in una pagina. Per chi è interessato ad approfondire i vari aspetti della questione, mi limito a fornire due indirizzi web da cui è possibile accedere ad articoli integrali o abstract; il primo (già indicato) è più aggiornato, ed è quello della PARA; il secondo, a cura di Alan Kennedy, offre lavori di qualche anno fa. Ovviamente è necessaria la conoscenza della lingua inglese.

Il trattamento RMAT
I primi studi sugli effetti di alcuni antibiotici risalgono al 1985; quello che però ha segnato una svolta in questa direzione è stato effettuato sotto la guida del dr. Harmon-Taylor in Inghilterra, con risultati resi noti nel 1997. Il trattamento è stato denominato RMAT (Rifabutin and Macrolide Antibiotic Therapy) e prevedeva la somministrazione simultanea di due antibiotici ad azione complementare, il rifabutin e il clarithronycin.
Escludendo un numero esiguo di pazienti risultato intollerante agli antibiotici, si è verificato nel 94% dei casi dopo un anno di trattamento la remissione clinica della malattia e nel follow-up effettuato a due anni, pur non avendo assunto i medicinali convenzionali per la terapia del crohn, i pazienti non evidenziavano la ricomparsa dei sintomi.
Altri studi sono stati condotti su questo modello di terapia, ma i risultati sono stati contrastanti. Ad esempio si sono verificati casi di recidiva che sono stati spiegati o con la difficoltà di sradicamento del MAP o con una nuova infezione.
Un altro fattore che ha portato a ritenere falliti alcuni degli esperimenti svolti è che prima di un graduale miglioramento che si verifica fra il terzo e il sesto mese di cura, si verifica in genere un aggravamento della sintomatologia.
Attualmente nel mondo diversi specialisti ricorrono al trattamento RMAT nel caso sia accertata la presenza del MAP in soggetti con mdc. In rete è possibile raccogliere informazioni soprattutto su due di essi: il Dr. Ira Shafran, del Gastroenterologist MNH Surgery Center Maitland Florida, e il Dr. T.J. Borody, del Center for Digestive Diseases di Sydney in Australia.
Il Dr. Shafran affianca ai due antibiotici tipici del RMAT, un probiotico completo, mentre il Dr. Borody utilizza una combinazione di rifabutin, clarithronycin e clofazimine.

Conclusioni
Un medico australiano di mia conoscenza, in proposito, mi ha raccontato dell'ironia con cui il mondo accademico della medicina accolse la prima ipotesi che l'ulcera gastrica fosse provocata da un batterio: oggi si cura (non si tampona) con antibiotici.
Ognuno è libero di farsi la propria opinione leggendo questi appunti molto essenziali, per chi è desideroso di approfondire sono forniti diversi links a pagine web che trattano l'argomento (purtroppo sono in lingua inglese).
A cura di Giuseppe
  
 
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