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Le
terapie delle m.i.c.i. dipendono sia dal grado di severità
con cui si manifestano e sia dalla regione dell’intestino che
ne viene
colpita. Si tratta di due fattori che possono variare nel corso della
malattia e non tutti gli organismi risultano ugualmente reattivi ad uno
stesso trattamento.
Lo scopo principale della terapia è dunque quello di indurre
la
malattia attiva alla remissione e conservare tale stato più
a
lungo possibile.
In base all’aggressività della malattia
l’adattamento della
terapia si può raffigurare come nel seguente grafico:
In questo documento si tratteranno
esclusivamente le
terapie la cui efficacia è scientificamente dimostrata, ad
altre
in sperimentazione o non sperimentate in maniera attendibile si
potrà fare qualche rapido riferimento.
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Nella
terapia delle m.i.c.i. i salicilati costituiscono l’approccio
di
partenza inevitabile. Il principio attivo fondamentale è il 5-ASA
o mesalazina, la cui maggiore efficacia
però si ottiene
a diretto contatto con la parte di intestino malata. Trattandosi,
invece, di una sostanza che si scioglie già nello stomaco,
si
sono adattate 2 diverse strategie per liberarla nelle zone
più
basse dell’intestino. Quella più vecchia ha unito
il 5-ASA ad un
sulfamidico ( sulfapiridina), facendo in modo che il
90% del
composto possa essere sciolto solo nel colon dalla flora intestinale
residente (questo è il principio adottato da Salazopyrin e
Dipentum); l’altra strategia consiste nel ricoprire le
compresse di
polimero acrilico pH-sensibile, in modo che il 5-ASA venga liberato
nell'ileo e nel grosso intestino successivi ad un pH di 7.0.
Proprio in considerazione dell’efficacia locale di queste
sostanze,
sono state studiate e realizzate molteplici formulazioni farmacologiche
al fine di consentire il raggiungimento delle varie parti
dell’intestino. Ad esempio, la mesalazina in granuli
ricoperti per
digiuno e ileo, in gel, schiuma, supposte per l’ultimo tratto
dell’intestino.
Nella seguente tabella cerchiamo di riassumere le caratteristiche
terapeutiche del 5-ASA, tenendo presente che si tratta di indicazioni
generali che non possono tener conto di importanti fattori soggettivi
(acidità, resezioni intestinali, flora batterica ecc.)
| Localizzazione |
Principio
attivo |
Forma |
| Piccolo intestino (crohn) |
Mesalazina |
Granulare (Pentasa,
Enterasin) |
| Ileoterminale-inizio
colon (crohn) |
Mesalazina |
Compresse rivestite
(Asacol,
Pentacol ecc.) o granulare |
| Colon (crohn –
RCU) |
Mesalazina e/o
Sulfapiridina |
Compresse rivestite
(Asacol,
Pentacol ecc. Salazopyrin, Dipentum) |
| Sigma, retto, patologie
perianali
(RCU e crohn) |
Mesalazina (pura) |
Supposte, clismi, gel
(Asacol,
Claversal ecc.) |
Gli effetti secondari osservati sono emicrania, nausea e inappetenza;
in alcuni casi si possono avere reazioni allergiche quali febbre,
prurito, macchie sulla pelle. Questi effetti sono più
frequenti
con la Salazopirina, ma scompaiono con la sospensione del farmaco. La
Salazopirina può procurare anche una oligospermia
reversibile,
come più frequente appare la diarrea con
l’Olsalazina
(Dipentum). Va precisato peraltro che è possibile con la
mesalazina un peggioramento dei sintomi (colite da 5-ASA).
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L’introduzione
degli antibiotici nel trattamento delle m.i.c.i.
è sicuramente più recente rispetto
all’uso del 5-ASA e
dei cortisonici, per questo di tanto in tanto emergono nuovi dati che
ne allargano le possibilità di impiego.
Va subito chiarito che non si tratta di farmaci elettivi, ma
coadiuvanti sia nella malattia di Crohn che nella colite ulcerosa, in
quanto bloccano la proliferazione dei batteri che si verifica in
determinate condizioni (stenosi, asportazione della valvola
ileo-ciecale, fistole e ascessi nel Crohn; pouchite, proliferazione
batterica con febbre nella RCU).
L’antibiotico più usato è il metronidazolo,
che
ottiene buoni effetti per ridurre il malassorbimento e la formazione di
gas intestinali; viene utilizzato inoltre per le complicanze perianali
del Crohn e, più recentemente, nel trattamento
post-operatorio
per ritardare le recidive. Il metronidazolo può essere usato
(per via orale o per via endovenosa) da solo o in combinazione con la ciprofloxacina,
un antibiotico a più ampio spettro, che oltre ad offrire gli
stessi risultati è in grado di indurre la remissione del
Crohn
in fase attiva.
Gli effetti indesiderati sono più o meno simili,
cioè
nausea, disturbi gastro-intestinali, vertigini e cefalea. Il
metronidazolo, in particolare, provoca un gusto metallico permanente
nella bocca, più raramente urine scure e diminuzione della
libido; nel trattamento prolungato può provocare un
formicolio
alle estremità, che scompare con la sospensione del farmaco.
La
ciprofloxacina, invece, può agire su gusto, olfatto, udito e
tendini.
Un altro antibiotico utilizzato nelle m.i.c.i. è la rifaximina,
che ha la particolarità di agire a livello topico
intestinale
senza essere assorbito. Recentemente è stato dimostrato che
con
dosaggi elevati può indurre in remissione sia il crohn che
la
colite ulcerosa severa non rispondente al trattamento cortisonico.
Usata in combinazione con la ciprofloxacina ha dato buoni
risultati nel trattamento delle pouchiti croniche.
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I
cortisonici (o corticosteroidi) sono derivati da sostanze prodotte
dalle ghiandole che svolgono naturalmente una attività
anti-infiammatoria di difesa per l’organismo umano. La loro
efficacia
terapeutica è ampiamente dimostrata sia nella colite
ulcerosa in
fase acuta o nei pazienti che non rispondano alla mesalazina, sia nella
malattia di Crohn in fase attiva per ottenere effetti più
rapidi
(in presenza di fistole o ascessi potrebbe rivelarsi dannoso).
Purtroppo i numerosi e importanti effetti collaterali provocati dai
cortisonici ne consigliano un uso limitato ai soli casi di effettiva
necessità. Essi possono indurre innanzi tutto insonnia,
aumento
dell’appetito e del peso, rigonfiamenti del viso (cosiddetto
“a luna
piena”), ritenzione di liquidi, tendenza aumento
dei peli nelle
donne, follicoliti (foruncoli); per usi massicci e/o prolungati si
possono riscontare effetti immediati quali miopatia, infezioni,
difficoltà di guarigione delle ferite, ed effetti a lungo
termine quali osteoporosi, cataratta, atrofia cutanea, steatosi
epatica, ipertensione.
La sospensione della terapia cortisonica, inoltre, deve avvenire a
scalare secondo schemi prestabiliti; in caso di brusche interruzioni si
possono verificare febbre, dolori muscolari e articolari, malessere
generale.
Per ridurre gli effetti indesiderati dei corticosteroidei sono stati
studiati dei cortisonici ad azione localizzata, quali la budesonide,
il prednisolone metasulfobenzoato, il beclometasone
dipropionato ecc. È stato dimostrato che la
budesosonide a
rilascio ileale (in dose di 9 mg al giorno) raggiunge gli stessi
risultati che si ottengono con 40 mg/die di cortisone
tradizionale nel trattamento della malattia di Crohn in fase acuta, con
una più lunga durata della remissione e con effetti
collaterali
di gran lunga inferiori. Analogamente è stato accertato che
il
beclometasone dipropionato in clismi o in schiuma rettale (quindi ad
uso topico) è in grado di ottenere gli stessi risultati dei
cortisonici tradizionali nel trattamento della colita ulcerosa distale.
Una tecnica recente, messa a punto presso l'Università di
Urbino, è quella del cortisone trasportato dai globuli
rossi. In
parole semplici si incapsula nei globuli rossi un cortisone, il
Desametazone 21-fosfato (Dex 21-P), che viene rilasciato lentamente
consentendo la conservazione in circolo del cortisone per periodi
più lunghi di tempo: 5-10 mg di desametazone assicurano
un’efficacia per almeno 3-4 settimane. In questo
modo si evitano
maggiori quantità di steroidi e una conseguente riduzione
degli
effetti collaterali (vedi i paragrafi Esperienze
crohniane e Per saperne di
più).
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Questa
tipologia di farmaci tende ad intervenire sul sistema
immunitario al fine di ridurne l’attività. In
sostanza il
sistema immunitario viene soppresso per impedire una risposta
infiammatoria dell’intestino, ma non al punto da impedire
all’organismo
una difesa da altre infezioni.
L’ Azatioprina e la 6-Mercaptopurina
(la prima si
converte nella seconda una volta introdotta nell’organismo)
sono gli
immunosoppressori più usati nel trattamento delle IBD,
soprattutto in quei casi in cui o non si ottiene una risposta adeguata
o si rischia una dipendenza alla terapia steroidea.
L’azatioprona ha dimostrato di essere efficace nel prevenire
le
riaccensioni e nel controllo dei sintomi sia nella malattia di Crohn
che nella rettocolite ulcerosa. L’efficacia del farmaco
comincia ad
avvertirsi dopo 3-6 mesi dall’inizio della terapia.
Il principale effetto collaterale di Azatioprina e 6-MP è la
ridotta produzione di cellule sanguigne del midollo, particolarmente
dei globuli bianchi, che sono la principale difesa
dell’organismo
contro le infezioni. Per questo motivo l’assunzione di questi
immunosoppressori richiede frequenti controlli del sangue e
l’attenzione da parte del paziente a segnalare qualsiasi
segno di
infezione. Con la sospensione della terapia si ritorna alla piena
funzionalità del midollo.
Altri effetti indesiderati possono essere: nausea, mancanza di
appetito, febbre, rash cutanei, pancreatite, artralgie. Circa il 10%
dei pazienti risente di effetti collaterali che impediscono la
continuazione della terapia.
La Ciclosporina è un immunosoppressore
più
recente, di cui si è accertata l’efficacia
soprattutto nei casi
di colite ulcerosa particolarmente severi, mentre non si può
dire altrettanto per la terapia di mantenimento e nelle forme
più aggressive della malattia di Crohn. Anche la
ciclosporina
può avere pesanti effetti collaterali: nausea, mancanza di
appetito, tremori e parestesie, ipertensione, tossicità sul
fegato e sui reni; per questo il suo uso clinico è
abbastanza
limitato.
Il Metotrexate è stato sperimentato in
bassi dosaggi nel
trattamento della psoriasi e, più di recente,
dell’artrite
reumatoide. È stata dimostrata la sua utilità nel
trattamento delle m.i.c.i. non rispondenti ad altre terapie, ma viene
utilizzato come seconda scelta nei pazienti che non risultano
tolleranti all’azatioprina. Rispetto a
quest’ultima, infatti,
può comportare, oltre alla depressione midollare,
conseguenze
importanti su fegato (fibrosi, cirrosi), polmoni (fibrosi, polmoniti) e
reni (alterazioni funzionali).
Il micofenolato (mofetil) condivide con
l’azatioprina sia
l’efficacia nel trattamento delle ibd in fase attiva, sia
gran parte
degli effetti collaterali. Ha il vantaggio però di essere
efficace più rapidamente: 1-2 mesi rispetto ai 3-6 mesi
dell’AZA.
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Le
terapie biologiche nascono dalle più recenti scoperte della
ricerca sulle m.i.c.i. In parole semplici oggi sappiamo che,
nell'intestino delle persone affette da malattia infiammatoria cronica,
le molecole che favoriscono l'infiammazione (tra cui il ruolo
più importante è svolto dal TNF-alfa, Tumor
Necrosis
Factor di tipo alfa) sono presenti in numero molto superiore (da 10 a
100 volte) al normale. Nello stesso tempo le molecole
anti-infiammatorie (che dovrebbero difendere l'intestino in caso di
infiammazione) sono al di sotto della norma.
La sperimentazione farmacologia si è soprattutto
indirizzata,
verso la regolazione delle molecole infiammatorie, ed in particolare
del TNF-alfa, per il quale è possibile oggi contare su
almeno 3
alternative: Infliximab
(o remicade), Humira
e Cimzia.
L' infliximab
è un
anticorpo monoclonale chimerico (cioè misto) umano e murino
(dal
ratto), che inibisce l'azione del TNF-alfa e quindi favorisce una
remissione della sintomatologia delle ibd. Il farmaco rientra nella
fascia H, è somministrabile cioè solo nelle
strutture
ospedaliere, in quanto le flebo, che devono essere infuse lentamente,
vanno somministrate sotto stretto controllo medico e paramedico. Si
seguono protocolli diversi di somministrazione:
- singola
- 3 somministrazioni, la seconda a 2 settimane dalla prima,
la terza a 4 settimane della seconda (0-2-6).
- ripetuta, cioè a lungo termine a intervalli di
6-8 settimane
Durante l'infusione si possono verificare effetti collaterali che vanno
dal semplice mal di testa, alla nausea, alla diarrea, fino alla
più rara reazione allergica. Per questo motivo la terapia
è preceduta dalla somministrazione di antiistaminici e/o
cortisonici.
Il Remicade è indicato nei pazienti steroido-dipendenti, in
quelli che non hanno avuto risposta alle altre terapie, in presenza di
fistole o lesioni perianali. È in via di sperimentazione
nelle
forme gravi di colite ulcerosa. Gli studi hanno dimostrato un'efficacia
oscillante tra il 40 e il 70%, che si manifesta con una
variabilità molto ampia: da poche ore a 2-3 settimane.
È invece controindicato in caso di cardiopatie gravi, in
presenza di ascessi addominali o perianali e di stenosi (in quanto il
farmaco può peggiorarle e provocare un'occlusione
intestinale).
È stato notato che l'Infliximab può riaccendere
la
tubercolosi in quei soggetti che ne sono stati colpiti in passato.
Sono pertanto vivamente consigliati, prima di sottoporsi alla terapia,
di effettuare, oltre agli esami necessari ad escludere la presenza di
ascessi e stenosi, un rx del torace e una mantoux.
L'Infliximab è un farmaco che agisce sul sistema
immunitario,
per cui dopo la somministrazione possono verificarsi con una certa
facilità infezioni alle alte vie respiratorie (bronchiti,
faringiti ecc.), mentre meno frequenti sono le infezioni più
gravi, quali polmoniti, setticemie, herpes zoster ecc.
Il principio attivo di Humira
è l' adalimumab,
un anticorpo umanizzato che interviene selettivamente a sopprimere la
risposta biologica del TNF-alfa.
La modalità di somministrazione è per iniezione
sottocutanea di 40 mg di adalimumab ogni due settimane. Il farmaco non
contrasta con l'assunzione contemporanea di cortisonici, salicilati,
farmaci anti-infiammatori non-steroidei o analgesici. I dati
disponibili suggeriscono che la risposta clinica si ottiene
generalmente entro le 12 settimane di terapia.
Gli effetti indesiderati più frequenti possono essere:
reazioni
nel punto dell'iniezione, infezioni delle alte vie respiratorie,
cefalea ed eruzioni cutanee. Altri effetti collaterali possibili sono:
infezioni delle vie urinarie, vertigini, nausea, diarrea, mal di gola,
prurito, vesciche cutanee e dolore addominale. Più rare
possono
manifestarsi infezioni gravi come polmoniti, setticemie, herpes zoster
ecc.
Cimzia ( Certolizumab)
è un anticorpo anti-TNF umanizzato. Uno studio clinico di
fase
III svolto a Los Angeles negli Stati Uniti, ha mostrato che Cimzia
è in grado di ottenere una risposta clinica significativa
nella
malattia di Crohn, di grado moderato-grave.
Somministrazione: 400 mg di certolizumab per iniezione sottocutanea una
volta al mese, ma sono in via di sperimentazione altri protocolli che
possono dimostrarsi altrettanto efficaci: a 0, 2, 6 settimane, oppure
le prime tre dosi ogni 2 settimane e una dose mensile di mantenimento.
I risultati delle varie sperimentazioni hanno evidenziato un
miglioramento dei sintomi o la remissione nel 65% circa dei pazienti
sottoposti alla terapia con certolizumab.
Analogamente agli altri farmaci anti-TNF, Cimzia può
provocare
effetti collaterali di diversa gravità: mal di testa, dolori
addominali, nausea, febbre, eruzioni cutanee (specie nel sito
dell'iniezione), fino ad arrivare alla setticemia e alla tubercolosi.
Per onestà di informazione va segnalato che è
stato
accertato un lieve aumento dei casi di linfoma o altri tumori nei
pazienti sottoposti a terapia biologica.
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Nella malattia di Crohn la probabilità
di dovere
ricorrere alla terapia chirurgica è abbastanza elevata entro
i
10-20 anni dalla diagnosi.
La soluzione chirurgia non è risolutiva, anzi sono frequenti
i
casi di interventi successivi. Questa constatazione ha fatto
sì
che la tecnica chirurgica del crohn abbia subito una radicale
trasformazione: si è passati da una tecnica demolitivi, che
comportava ampie resezioni anche di parti dell’intestino
interamente
integre, ad una tecnica conservativa, realizzata o attraverso le
stricturoplastiche (che consiste nell’allargare un tratto
stenotico
senza asportarlo) o attraverso resezioni minime (che consiste
nell’asportare solo la parte malata, lasciando le parti
minimamente
colpite). Questo tipo di chirurgia previene complicanze successive
anche gravi, quale la sindrome da corto intestino,
a
parità di “resa” post-operatoria nei
confronti con la tecnica
tradizionale.
È stato dimostrato, in particolare, che recidiva nella
malattia
di Crohn è del tutto indipendente dalla tecnica chirurgica
utilizzata, anzi il rischio di formazione di nuove stenosi nei punti in
cui sono state realizzate stricturoplastiche è piuttosto
basso e
a volte si sono potute osservare anche miglioramenti nelle zone
periferiche colpite in misura minima.
Da alcuni studi è emerso che il tempo che intercorre tra la
diagnosi di Crohn e il primo intervento chirurgico è
significativo circa l’aggressività della malattia:
prima si
arriva all’intervento chirurgico più rapida
è la recidiva
postoperatoria.
Nella rettocolite ulcerosa l’intervento
chirurgico si
giustifica in presenza di megacolon tossico, di perforazione acuta, di
emorragia grave o di displasia.
L’intervento più frequente è
l’asportazione totale del
colon con anastomosi ileo-anale o ileo-rettale (con ileo-stomia
temporanea).
L’intervento con anastomosi ileo-rettale è
possibile nel caso
che il retto non sia compromesso dalla malattia, garantisce una
canalizzazione naturale, ma non esclude il rischio di successive
recidive.
La tecnica che più recentemente ha rivoluzionato la
chirurgia
della RCU è quella che ricostruisce una pouch
tra
l’ileo e l’ano; l’intervento viene
eseguito in fasi diverse e prevede
dapprima l’asportazione del colon-retto con
l’applicazione di una
ileo-stomia temporanea (1-2 mesi), poi la ricanalizzazione naturale.
Per una descrizione dettagliata consultare il link riportato nella
sezione Per saperne di più.
L’intervento in laparoscopia è
oggi possibile anche per
il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. I vantaggi sono più
che
evidenti: tempi più brevi di ricovero e nella ripresa
dell’alimentazione, piccoli fori piuttosto che lunghe
cicatrici ecc.
Va comunque chiarito che nel crohn sono diversi i fattori che possono
rendere non praticabile questa tecnica, processi di flogosi e
interventi precedenti creano numerose aderenze che non permettono
l’introduzione e il movimento delle apparecchiature.
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Il
carico dei globuli rossi
Ne avete mai sentito parlare? In cosa consiste?
- Io ho provato anche questo tipo di terapia e devo dire che
ne
trovavo beneficio. Ho iniziato a farlo nel 2000, quando fui costretta a
sospendere l'infliximab per positività degli anticorpi.
Allora,
ero ancora seguita al B.Gesù, unico centro che pratica il
carico
a Roma. Sono stata il primo Crohn a provare. Ora, però, non
sono
più seguita in quell'ospedale e di conseguenza...
Il tutto
consiste in un prelievo di 50 cc che viene poi inserito in un'apposita
apparecchiatura che consente di separare i globuli rossi, in cui con
apposite soluzioni viene inserito il farmaco. Successivamente, il
sangue può essere reinfuso. Il farmaco utilizzato
è il
desametasone che grazie ad un enzima, presente nei globuli rossi, viene
rilasciato in circolo lentamente permettendo una copertura di 3-4
settimane. Evita così la somministrazione giornaliera di
alte
dosi di cortisone e soprattutto rende minimi se non nulli i relativi
effetti collaterali.
- Quando ho iniziato a fare questa terapia so che, oltre al
B.Gesù, veniva praticata all'ospedale di S.Giovanni Rotondo
e,
se non sbaglio, anche ad Urbino.
- Riguardo al filtraggio del sangue, non ha niente a che fare
con
il carico. Comunque, è un articolo interessante!
- A proposito della mia ricerca, nonostante le mail inviate,
e
tutto il resto, iscrizioni a vari portali, nessuno si è mai
degnato di darmi una risposta. Mi dispiace per chi fosse stato
interessato, ma non so più dove provare.
I nuovi cortisonici
Sono realmente efficaci quanto il cortisone
tradizionale?
- Sto provando, da quasi due settimane, l'Entocir. 9 mg in
partenza, e all'inizio ho pensato ad un qualcosa di inutile, ora
però comincio a sentire gli effetti positivi del farmaco:
addome
palpabile, tranquillo (penso che tutti noi si sia abituati a palpare il
proprio addome), e un miglioramento globale. Qualcuno di voi sta
utilizzando il farmaco?
- Ho iniziato a prendere la budesonide da subito,
cioè dal
momento in cui era commerciabile. Purtoppo, agli inizi si poteva
acquistare solo alla farmacia del Vaticano... Dal primo ciclo che ho
fatto con questo cortisone, ne ho trovato beneficio. La cosa
più
bella è che non ho mai avuto effetti collaterali, niente
gonfiore, niente ipertensione, niente fame esagerata. Quindi, niente
tragedie quando mi veniva messo in terapia. Di solito, si inizia con
tre capsule da prendere per 8 settimane, poi si scala a 2 capsule per
un altro mese. Il mio Prof, mi ha sempre detto che una sola capsula non
serve a nulla.
- Anch’io prendo l'entocir da luglio, all'inizio 9
mg. Da settembre
6mg più due pastiglie di Azatioprina. Se ho capito bene dal
gastro visto che l'Azatroiprina la sopporto mi toglierà
l’Entocir perchè si può usare per sei
sette mesi. Tutto
sommato a me ha fatto bene ho ripreso i miei 10 kg grazie all' appetito
ritrovato, e associato con l'aza sto molto meglio anche come diarrea.
I probiotici
I pareri e gli effetti reali sono davvero
contrastanti?
- La gastro che mi segue, dietro mia richiesta, non ha avuto
alcuna
remora nell'affermare esplicitamente che non servono a nulla e che anzi
a volte peggiorano la situazione, e, considerato quanto costano, mi
è nato spesso il dubbio che possa trattarsi di una grossa
montatura commerciale. I risultati di alcune (poche, a dire il vero)
ricerche che ho potuto consultare in rete sono molto contraddittori,
per questo mi piacerebbe conoscere le vostre esperienze in merito. A me
tutti quelli che ho provato hanno, effettivamente, dato più
fastidi che benefici.
- A noi servono! Prendendo l'Enterolactis duo va meglio nel
senso
che arriviamo comunque al Flagyl ma non dopo 15 gg dalla sospensione,
l'ultima volta con i probiotici ha tenuto due mesi. Quello che mi sta
facendo pensare è che proprio non riesce a interromperli
neanche
per un giorno!
- Proprio l'ultima volta che sono stata dalla mia gastro le
ho
chiesto se a suo avviso i probiotici potevano far bene sia a me, che ho
questa colite a metà strada tra RCU e Crohn, sia a mio
marito
che invece soffre di diverticoli. Lei mi ha risposto che i probiotici
li vede più che altro come una moda dietro la quale
c'è
sicuramente un grosso business, che nel mio caso potrebbero forse
giovarmi ma non in modo così strepitoso da consigliarmeli,
dato
anche il costo, mentre nel caso di mio marito sarebbero totalmente
inutili. Chi ci capisce...
- L'anno scorso in primavera ho avuto una piccola
riacutizzazione
della malattia nonostante stessi ancora prendendo cortisone. il mio
gastro prima di aumentare il dosaggio per un'ennesima volta il dosaggio
del cortisone mi ha dato una cura per un mese di probiotici. Ha
funzionato sono stata bene e da allora non ho più avuto
ricadute la mia pancia non ha fatto neanche il solito cambio
di
stagione autunnale . Era la terza volta che provavo
con
questi probiotici ma le prime due volte non ha funzionato forse
perchè la riacutizzazione le volte precedenti era
più
forte, forse perchè li avevo presi solo per una settimana
con
scarsa convinzione da entrambe le parti, forse perchè non ho
avuto fortuna.....
- Ho dovuto provarne diversi prima di trovare quelli giusti
per me,
ma alla fine ci sono riuscita. A me fanno un gran bene!! Non il
rinomato vsl#3, che mi fa correre in bagno alla velocità
della
luce, ma con l'Enterolactis e il Ferzym fast ho avuto ottimi risultati!
- Mi azzardo a ipotizzare che forse dipende dal grado di
infiammazione della mucosa intestinale: se è molto forte, i
fermenti passano e non riescono a svolgere il loro compito. Del resto
nelle fasi più difficili qualunque cosa sembra fare male...
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